Siamo in Onda - 17/01/2009
Questa settimana a
come sempre a sfondo più o meno storico,
per il tema Dove tira il vento...
Giganti
di Mario Favini
Questa settimana a
come sempre a sfondo più o meno storico,
per il tema Dove tira il vento...
Giganti
di Mario Favini
Il racconto di stasera a
per la serata natalizia a tema "Babbo Natale esiste" è
Natale ‘44
di Mario Favini
Tema di questa settimana a
è "Dalle stelle alle stalle"
Ghigliottina
di Mario Favini
Lo chiamavamo Progresso, e credevamo ciecamente nella sua marcia inarrestabile.
Avevamo spezzato le catene della tirannia, avevamo cancellato i privilegi e dichiarato che su questa Terra il più umile degli uomini vale tanto quanto il più illustre.
Avevamo conquistato la libertà per donarla a chi era schiavo, avevamo creato comitati e commissioni per salvaguardarla, quella libertà, e per cancellare le barbarie del nostro oscuro passato. Io stesso m’ero impegnato in prima persona affinché il monarca fosse deposto, sognando un governo repubblicano e popolare, per questo nostro Paese, rischiando la vita per difendere la nostra dolce Francia. Avevo creato questo stesso tribunale quale ultima risorsa per uomini disperati, senza immaginare che si sarebbe trasformato in un flagello per tutti, senza immaginare che sarebbe giunto a condannare perfino me alla più barbara delle pene, alla più disumana.
Lo chiamavamo Progresso, e pensavamo che il destino fosse con noi. Nei nostri sogni ad occhi aperti l’umanità marciava compatta, illuminata dalla nuova luce della Ragione.
Ora, mentre salgo al patibolo, mentre il boia incappucciato sta per azionare la macchina, mentre la lama della ghigliottina cala implacabile, osservo i volti tra la folla, e vedo le smorfie animalesche di quei selvaggi: bramano soltanto di veder rotolare la mia testa, la testa mozzata del loro idolo di un tempo, la testa di Danton, il rivoluzionario.
Anche questa settimana, un raccontino menestrellesco per
Il fattore di potenza
di Antonella Mecenero
Sul tema "Donne e motori" questa settimana a
Spirit of Ecstasy
di Federico Di Leva
All’epoca le automobili erano assai diverse da oggi. E non solo per via del loro aspetto, che oggi ci appare tanto antiquato, ma anche per il modo in cui venivano costruite, e sottoposte a regolare manutenzione, e lucidate, ed ostentate da chi poteva permettersele, ed invidiate da chi poteva soltanto sognarle. Erano amate, ma non se ne era schiavi. Certo, vi erano quelli che, per un eccesso di devozione nei loro confronti, decidevano di adornarne il cofano esponendo loghi, emblemi, simboli, talvolta in segno di scaramanzia. Erano i primi anni del novecento.
Il mondo stava ammalandosi di nazismo e, forse, di scaramanzia ce n’era anche bisogno.
Di certo sentiva il bisogno di apporre un emblema sul cofano delle proprie automobili il signor John Walter Edward, proprietario della casa automobilistica Rolls-Royce.
E così John commissionò a Charles Sykes la realizzazione di una scultura. Charles avrebbe dovuto ispirarsi alla bellezza stessa, alla Nike di Samotracia, ma ancora di più alla splendida Eleanor Velasco Thornton.
John lo fece poiché non aveva altro modo per dichiarare al mondo che era innamorato della signorina Eleanor. La sua segretaria. La sua amante. La sua Emily...E poiché non poteva raccontare a tutti di quello che provava per lei, decise di farle un regalo.
Per questo motivo, da allora, le Rolls-Royce hanno una fatina sul tappo del radiatore. E sebbene quella fata abbia visto cadere le bombe di due guerre, nonostante sia sopravvissuta alla morte di John e ai cambiamenti del mondo, lei continua a volare, a poco più di un metro da terra, sul cofano delle auto più prestigiose del mondo, per raccontare ad ogni persona che la osservi che lei è Eleanor, che John la ama, e che donne e motori non sono mai andati così tanto d’accordo.
Tema di questa settimana a
è la parola "Volare"
L'ultimo volo
di Alice Di Leva
"Sentire l'odore della guerra"
ETTORE MO si racconta a Puntoradio
Info e frequenze:
Questa settimana a

per il tema "Sogni d'oro"
Come bestie braccate
di Mario Favini
A nulla è valsa la nostra strenua resistenza, a nulla i nostri archi e le nostre lance. È tutto finito, ora, fuggiamo come bestie braccate, fuggiamo nel cuore della foresta, antica madre possente, fuggiamo la morte, per qualche istante.
A nulla sono valse le nostre preghiere, a nulla i sacrifici tributati agli dei. È tutto finito, ora, fuggiamo dai dardi di fuoco, fuggiamo i bastoni, freddi e tonanti, che i nostri nemici ci puntano contro.
Siamo rimasti in pochi, hanno violentato le donne e ucciso i bambini, sgozzato i vecchi e ridotto gli uomini in forze al rango di schiavi, di bestie da soma, di pezzi di carne già morta.
Siamo rimasti in pochi: coloro che alcuni credevano dei hanno abbattuto templi e palazzi, accecati dall’ira e assetati d’onore.
Fuggiamo nella foresta, ma senza speranza. Inseguiti e braccati, finiremo le nostre misere vite uccisi da un dardo di fuoco, scannati dagli uomini bianchi che inseguono un sogno dorato, una città inesistente di cui, pappagalli dai pallidi visi, ripetono il nome insistenti: «Eldorado! Eldorado!»
Tema di questa settimana è LA PAURA
Come un albero cavo
della neomenestrella Antonella Mecenero
Il vento di ieri ha fatto cadere il vecchio ulivo in cima alla collina, il guardiano dei nostri pic-nic primaverili. Le bambine hanno voluto vederlo, come si va a visitare la salma di un amico morto. Non era caduto intero. Ne abbiamo trovato i resti sparsi sul prato, frammenti scomposti della sua vita arborea. Era completamente cavo. Ormai solo la corteccia lo teneva insieme. I rami erano pieni di piccole olive acerbe. Fruttificava, ma era già morto.
La più piccola mi è venuta vicino e mi ha preso la mano.
Stringendo la mia corteccia mi ha chiesto quando avremmo fatto di nuovo un pic nic.
- Prima della fine dell’estate. – ho risposto. Prima di essere ucciso.
Lei mi ha guardato con la fiducia quieta con cui ci si affida ad un dio benevolo.
Sento il sole sulla pelle, assaporo il gusto dolce della composta di susine della zia Maria, ma sono già morto.
- A cosa pensi? – chiede la mia figlia più grande.
- Niente, problemi di lavoro.
Scuote il capo. Trova buffo che il suo papà debba accompagnare il procuratore a comprare il pane o a portare la madre dal medico.
Quando mi guarda così, spero che Paolo Borsellino lo uccida un sicario, un cecchino di buona mira, che colpisca solo lui. E mi sento una carogna ad averlo pensato. Camminare ogni giorno nella morte mi rende un uomo peggiore.
- Papà, perché tremi?
Non rispondo. Come posso dire a mia figlia che ho paura?
In ricordo di Agostino Catalano, Capo scorta di Paolo Borsellino.
Di Eleonora Roaro e Mario Favini
1993. Come ogni martedì pomeriggio da più di trent’anni Woody Allen è nello studio del suo psicoanalista. Dopo una breve discussione sulla natura di alcune sue fobie, come quelle della folla, dei cervi e degli spazi chiusi , Allen inizia a parlare di questioni più strettamente filosofiche. Quindi interviene il suo psicoanalista.
Psicoanalista: Insomma Allen, secondo lei non esiste una legge morale valida per tutti?
Allen: No, almeno non una morale universale, oggettiva ed immanente non… non una morale assoluta… ecco! Credo che la morale, sì, insomma, sia soggettiva ed opinabile…
P: Ma se la pensa così allora ogni uomo è libero di fare quello che vuole, anche di uccidere… Poi scusi, allora perché ha adottato dei figli quando stava con Mia Farrow? Questa viene generalmente considerata una buona azione…! Insomma, due persone sposate, che si amano e progettano una vita insieme, due persone disposte ad adottare dei bambini…
A: Beh ecco, se vogliamo dirla tutta, non è che fossimo proprio sposati…
P: Ah no?
A: No… nean… neanche convivevamo.
P: Beh, non è indispensabile! Insomma, alla fine l’importante è rispettare l’altro ed essere onesto nei suoi confronti. Lei crede nella fedeltà, vero signor Allen?
A: Emh…
P: Ma come! È un valore importante! Senza di esso la nostra società andrebbe a rotoli!
A: È solo una stupida convenzione! E le sue sono solo congetture, astrazioni! È un po’ come parlare di fenici, ippogrifi, politici onesti… di cose che non esistono, insomma!
P: Se tutti la pensassero come lei il mondo sarebbe un enorme bordello…
A: Sì, e sarebbe anche più bello!
P: Lei non ha valori. Tutta la sua vita è nichilismo, cinismo, sarcasmo ed orgasmo.
A: Con uno slogan del genere
P: Secondo me lei parla in questo modo per esorcizzare un desiderio represso, che non ha mai avuto il coraggio di realizzare. Lei è un inetto. Non sarebbe mai capace di tradire la sua donna, di uscire dagli schemi. Lei non sa adattarsi alla società! È solo un povero monomaniaco, cervofobico per di più!
A: Ma cosa dice? Cos’ha capito, lei? Mia Farrow l’ho tradita eccome… E con sua figlia Soon-Yi Previn per di più… Sa cosa le dico? Queste domande me le hanno già fatte tutte le donne che ho avuto… Gratis però…
E fu così che lo psicoanalista di Woody Allen, per disperazione, chiuse bottega ed aprì un negozio di coltellini svizzeri.