Siamo in Onda - 17/01/2009

mariofavini il sabato, 17 gennaio 2009 , 22:29

Questa settimana a

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come sempre a sfondo più o meno storico,

per il tema Dove tira il vento...

 

 

Giganti

di Mario Favini

 

   Non appena li avvisto sprono il mio destriero e, lancia in resta, m’avvento su di loro.
Sono un cavaliere, un eroe, un nobile avventuriero che rende il suo servizio a Dio ed alla terra, affrontando di buon grado ogni pericolo, guardando la morte negli occhi.
Non mi curo di chi vorrebbe vedermi desistere, di chi mi urla di lasciar perdere, di chi sostiene che non capisco.
Non ascolto il mio stolto scudiero. M’implora di fermarmi, di tornare indietro, ma lui non sa nulla di dame e avventure, non sa nulla di guerra ed onore.
   I nemici m’attendono immobili, quasi un esercito. Sono giganti, decine e decine di giganti possenti.
Non appena si alza il vento prendono a mulinare le braccia, smisurate e paurose, pronti all’impatto, alla battaglia che incombe.
Non li temo, ed urlando furente li attacco, colpisco ed affondo.
Poi sento una gran botta, una forza tremenda che mi catapulta via, lontano.
Tutto si fa nero.
 
   Quando riapro gli occhi sono tra le braccia del mio fido scudiero. Mi guarda triste, Sancio Panza, ormai rassegnato alle mie pazzie, alle inutili bizze del suo malinconico signore, Don Chisciotte, cavaliere errante così lontano dalla realtà da non saper più distinguere giganti e mulini a vento.
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Siamo in Onda 20/12/2008

mariofavini il sabato, 20 dicembre 2008 , 22:58

Il racconto di stasera a

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per la serata natalizia a tema "Babbo Natale esiste" è

 

Natale ‘44

 di Mario Favini

 

Il Natale a quei tempi era diverso, ed anche Babbo Natale.
Non aveva la barba bianca e la pancia, ma era giovane e forte.
Non aveva nemmeno il vestito rosso. Al suo posto indossava una tuta verde scuro, o nera. La sua slitta era di freddo metallo, e non aveva bisogno di renne per volare: si librava da sola, correndo a gran velocità per i cieli, seguita da un rombo assordante.
A dir la verità di Babbi Natale ce n’erano più d’uno, a quei tempi. Nonostante questo, nessuno di loro aveva mai il tempo di calarsi giù per il camino. Si limitavano a sorvolare la nostra città lasciando cadere pacchi e pacchetti dalle loro slitte alate, ed io correvo felice a raccogliere quei regali inaspettati. Quasi sempre si trattava di dolciumi. Cioccolato, soprattutto.
Estasiato da quei doni succulenti tornavo dalla mamma, che aspettava a casa, o meglio di fronte a quel poco che restava della nostra casa: un mucchio di rovine e calcinacci, un mucchio di macerie e sogni infranti.
Spesso, infatti, erano altre slitte a sorvolare la nostra città, slitte alate e rombanti proprio come quelle di Babbo Natale, slitte in effetti quasi identiche alla sua, non fosse che al posto dei dolciumi, ad esser lasciate cadere erano le bombe, capaci di regalare al massimo la morte.

 

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Siamo in Onda 6/12/2008

mariofavini il domenica, 07 dicembre 2008 , 21:32

Tema di questa settimana a

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è "Dalle stelle alle stalle"



Ghigliottina

di Mario Favini


200px-Georges-Jacques_Danton   Lo chiamavamo Progresso, e credevamo ciecamente nella sua marcia inarrestabile.
   Avevamo spezzato le catene della tirannia, avevamo cancellato i privilegi e dichiarato che su questa Terra il più umile degli uomini vale tanto quanto il più illustre.
     Avevamo conquistato la libertà per donarla a chi era schiavo, avevamo creato comitati e commissioni per salvaguardarla, quella libertà, e per cancellare le barbarie del nostro oscuro passato. Io stesso m’ero impegnato in prima persona affinché il monarca fosse deposto, sognando un governo repubblicano e popolare, per questo nostro Paese, rischiando la vita per difendere la nostra dolce Francia. 
Avevo creato questo stesso tribunale quale ultima risorsa per uomini disperati, senza immaginare che si sarebbe trasformato in un flagello per tutti, senza immaginare che sarebbe giunto a condannare perfino me alla più barbara delle pene, alla più disumana.
   Lo chiamavamo Progresso, e pensavamo che il destino fosse con noi. Nei nostri sogni ad occhi aperti l’umanità marciava compatta, illuminata dalla nuova luce della Ragione.
   Ora, mentre salgo al patibolo, mentre il boia incappucciato sta per azionare la macchina, mentre la lama della ghigliottina cala implacabile, osservo i volti tra la folla, e vedo le smorfie animalesche di quei selvaggi: bramano soltanto di veder rotolare la mia testa, la testa mozzata del loro idolo di un tempo, la testa di Danton, il rivoluzionario.

 

Siamo in Onda 29/11/2008

mariofavini il domenica, 30 novembre 2008 , 20:13

Anche questa settimana, un raccontino menestrellesco per

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Il fattore di potenza

di Antonella Mecenero

Si sentono spari lontani, le mucche alzano la testa e poi riprendono a ruminare. L’ho detto al padrone e lui mi ha risposto di portare le vacche al pascolo. In tre anni l’erba è cresciuta sul rudere della casa crollata. Ho portato le mucche qui, per stare più vicino a mia madre, che riposa sotto le macerie. Quando c’è stato il terremoto, ho chiesto aiuto al padrone, lui ha risposto di portare le vacche al pascolo. Ieri, dopo la messa, il prete mi ha preso da parte. Ha detto che mio figlio ha orecchio pronto e cervello fino, di chiedere al padrone di farlo studiare. Il padrone dice di insegnargli a portare le vacche a pascolare. Si sentono degli spari lontani, c’è chi dice che sono banditi, chi patrioti. Per le strade, a Potenza, c’è chi canta il “Va’ pensiero”. Raccontano di un uomo dalla barba bionda e la camicia rossa venuto per fare l’Italia e cambiare le cose. Io sono il fattore del padrone, figlio del fattore del padrone, conosco solo le strade di Potenza e i pascoli buoni sulle colline. L’Italia non so cos’è. Ma so che voglio un futuro più ampio di queste montagne per mio figlio.
Oggi lascio le mucche qui, vicino alla tomba senza lapide di mia madre e prendo il fucile.
Sono solo un fattore di Potenza, ma vado a fare l’Italia, a scoprire cos’è. Vado a prendere il futuro per portarlo a mio figlio.
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Siamo in Onda - 22/11/2008

mariofavini il lunedì, 24 novembre 2008 , 14:30

Sul tema "Donne e motori" questa settimana a

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Spirit of Ecstasy

di Federico Di Leva


All’epoca le automobili erano assai diverse da oggi. E non solo per via del loro aspetto, che oggi ci appare tanto antiquato, ma anche per il modo in cui venivano costruite, e sottoposte a regolare manutenzione, e lucidate, ed ostentate da chi poteva permettersele, ed invidiate da chi poteva soltanto sognarle. Erano amate, ma non se ne era schiavi. Certo, vi erano quelli che, per un eccesso di devozione nei loro confronti, decidevano di adornarne il cofano esponendo loghi, emblemi, simboli, talvolta in segno di scaramanzia. Erano i primi anni del novecento.
Il mondo stava ammalandosi di nazismo e, forse, di scaramanzia ce n’era anche bisogno.
Di certo sentiva il bisogno di apporre un emblema sul cofano delle proprie automobili il signor John Walter Edward, proprietario della casa automobilistica Rolls-Royce.
E così John commissionò a Charles Sykes la realizzazione di una scultura. Charles avrebbe dovuto ispirarsi alla bellezza stessa, alla Nike di Samotracia, ma ancora di più alla splendida Eleanor Velasco Thornton.
John lo fece poiché non aveva altro modo per dichiarare al mondo che era innamorato della signorina Eleanor. La sua segretaria. La sua amante. La sua Emily...E poiché non poteva raccontare a tutti di quello che provava per lei, decise di farle un regalo.
Per questo motivo, da allora, le Rolls-Royce hanno una fatina sul tappo del radiatore. E sebbene quella fata abbia visto cadere le bombe di due guerre, nonostante sia sopravvissuta alla morte di John e ai cambiamenti del mondo, lei continua a volare, a poco più di un metro da terra, sul cofano delle auto più prestigiose del mondo, per raccontare ad ogni persona che la osservi che lei è Eleanor, che John la ama, e che donne e motori non sono mai andati così tanto d’accordo.

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Siamo in onda - 15-11-2008

mariofavini il domenica, 16 novembre 2008 , 11:17

Tema di questa settimana a

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è la parola "Volare"



L'ultimo volo

di Alice Di Leva


Quella nuvola lì, sulla sinistra, sembra tanto una mela, perfettamente tonda, lucida, di un’eterea croccantezza.
Laggiù invece, verso Nord... laggiù c’è il viso della nonna, con gli occhi pieni di lacrime, come se già sapesse, come se avesse sempre saputo.
È la sensazione di un tuffo in mare, il mare della Provenza. Cado nel vento come cadevo dalla barca del nonno. Con gli occhi verso il cielo, che ancora non mi aveva catturato, che ancora non mi aveva fatto amare come non avevo amato mai: con la carne e con l’anima, con lo stomaco e con ogni fibra del mio corpo.
Con tutto, ma non con la mente; quella non l’aveva voluta mai, almeno non quando ero lì con lui, almeno non in quei pochi, fragili minuti di follia.

La mia mano continua a tirare il sottile laccetto che dovrebbe far scattare il meccanismo del paracadute. È un gesto istintivo, meccanico, ormai... l’ho fatto mille volte. Significava tornare alla normalità, significava che il gioco era finito, significava che ero un uomo, come tutti gli altri. E oggi lo sono ancora di più, perché mentre la mano trema e stringe la cordicella, penso a quello che per molti la mia vita ha significato: “vivi senza limiti”.
Ed è a dieci metri dal suolo che capisco di aver vissuto portando il più grosso dei limiti nel cuore: l’essere uomo, e il morire cercando di abbandonare nel vento la mia goffa e pesante umanità.

Così, il 13 aprile del 1998, alle Hawaii,
perse le ali Patrick de Gayardon.

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Ettore Mo a Siamo in Onda

imenestrelli il sabato, 15 novembre 2008 , 09:18

"Sentire l'odore della guerra"

ETTORE MO si racconta a Puntoradio

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Se la storia di tanti Paesi ci è più vicina e forse più semplice da comprendere, il merito va a chi, come Ettore Mo, ha scelto la prima fila per  vedere e descrivere di persona la verità. 

I suoi occhi hanno visto cose che una vita non basta a spiegarle. Le sue mani hanno stretto migliaia di mani. Ha raccolto desideri, emozioni, confidenze di persone capaci di segnare il destino del mondo. Nei luoghi più caldi ha sentito le bombe sopra la sua testa. Come dice lui, ha sentito “l’odore della guerra”. Ascoltare le parole di Ettore Mo è respirare frammenti di storia del nostro tempo.

Inviato speciale del Corriere della Sera e tra i più noti corrispondenti di guerra italiani, il giornalista novarese è stato nei giorni scorsi ospite dello staff di Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio.

Una chiacchierata a tutto tondo in cui ha raccontato dei suoi straordinari incontri:  Madre Teresa, Pavarotti, Dolores Ibárruri, Indro Montanelli, Ahmad Shah Massoud (il Leone del Panshir). E ancora l’Afghanistan, la Bosnia, la Londra dei Beatles e il Vietnam. Tante le domande sul ruolo del giornalista e  i nuovi orizzonti dell’informazione. E ancora qualche considerazione sul nostro Paese e i luoghi della sua infanzia.
 
Puntoradio trasmetterà nei prossimi giorni la registrazione dell’intervista a Ettore Mo.

Sabato 15 novembre attorno alle 21.30 una sintesi di 10’ all’interno di Siamo in Onda.

Venerdì 21 novembre, invece, la versione integrale a partire dalle ore 21 (in replica alle 22 e alle 23)

Info e frequenze:

www.puntoradio.mobi

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Siamo in Onda - 8/11/2008

imenestrelli il domenica, 09 novembre 2008 , 21:55

Questa settimana a

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per il tema "Sogni d'oro"

 

 

Come bestie braccate

di Mario Favini

  

   A nulla è valsa la nostra strenua resistenza, a nulla i nostri archi e le nostre lance. È tutto finito, ora, fuggiamo come bestie braccate, fuggiamo nel cuore della foresta, antica madre possente, fuggiamo la morte, per qualche istante.

   A nulla sono valse le nostre preghiere, a nulla i sacrifici tributati agli dei. È tutto finito, ora, fuggiamo dai dardi di fuoco, fuggiamo i bastoni, freddi e tonanti, che i nostri nemici ci puntano contro.

   Siamo rimasti in pochi, hanno violentato le donne e ucciso i bambini, sgozzato i vecchi e ridotto gli uomini in forze al rango di schiavi, di bestie da soma, di pezzi di carne già morta.

   Siamo rimasti in pochi: coloro che alcuni credevano dei hanno abbattuto templi e palazzi, accecati dall’ira e assetati d’onore.

   Fuggiamo nella foresta, ma senza speranza. Inseguiti e braccati, finiremo le nostre misere vite uccisi da un dardo di fuoco, scannati dagli uomini bianchi che inseguono un sogno dorato, una città inesistente di cui, pappagalli dai pallidi visi, ripetono il nome insistenti: «Eldorado! Eldorado!»

 

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Siamo in Onda - 1/11/2008

imenestrelli il martedì, 04 novembre 2008 , 17:16

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Tema di questa settimana è LA PAURA

 

Come un albero cavo

della neomenestrella Antonella Mecenero

 

Il vento di ieri ha fatto cadere il vecchio ulivo in cima alla collina, il guardiano dei nostri pic-nic primaverili. Le bambine hanno voluto vederlo, come si va a visitare la salma di un amico morto. Non era caduto intero. Ne abbiamo trovato i resti sparsi sul prato, frammenti scomposti della sua vita arborea. Era completamente cavo. Ormai solo la corteccia lo teneva insieme. I rami erano pieni di piccole olive acerbe. Fruttificava, ma era già morto.
La più piccola mi è venuta vicino e mi ha preso la mano.
Stringendo la mia corteccia mi ha chiesto quando avremmo fatto di nuovo un pic nic.
- Prima della fine dell’estate. – ho risposto. Prima di essere ucciso.
Lei mi ha guardato con la fiducia quieta con cui ci si affida ad un dio benevolo.
Sento il sole sulla pelle, assaporo il gusto dolce della composta di susine della zia Maria, ma sono già morto.
- A cosa pensi? – chiede la mia figlia più grande.
- Niente, problemi di lavoro.
Scuote il capo. Trova buffo che il suo papà debba accompagnare il procuratore a comprare il pane o a portare la madre dal medico.
Quando mi guarda così, spero che Paolo Borsellino lo uccida un sicario, un cecchino di buona mira, che colpisca solo lui. E mi sento una carogna ad averlo pensato. Camminare ogni giorno nella morte mi rende un uomo peggiore.

- Papà, perché tremi?
Non rispondo. Come posso dire a mia figlia che ho paura?

In ricordo di Agostino Catalano, Capo scorta di Paolo Borsellino.

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Siamo in Onda - 25/10/2008

imenestrelli il domenica, 26 ottobre 2008 , 13:59

Questa settimana a

 

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per il tema "Fedeltà"

 

La Psicoanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria dei divani.

 

Di Eleonora Roaro e Mario Favini

 

1993. Come ogni martedì pomeriggio da più di trent’anni Woody Allen è nello studio del suo psicoanalista. Dopo una breve discussione sulla natura di alcune sue fobie, come quelle della folla, dei cervi e degli spazi chiusi , Allen inizia a parlare di questioni più strettamente filosofiche. Quindi interviene il suo psicoanalista.

 

Psicoanalista: Insomma Allen, secondo lei non esiste una legge morale valida per tutti?

Allen: No, almeno non una morale universale, oggettiva ed immanente non… non una morale assoluta… ecco! Credo che la morale, sì, insomma, sia soggettiva ed opinabile…

P:  Ma se la pensa così allora ogni uomo è libero di fare quello che vuole, anche di uccidere… Poi scusi, allora perché ha adottato dei figli quando stava con Mia Farrow? Questa viene generalmente considerata una buona azione…! Insomma, due persone sposate, che si amano e progettano una vita insieme, due persone disposte ad adottare dei bambini…

A: Beh ecco, se vogliamo dirla tutta, non è che fossimo proprio sposati…

P:  Ah no?

A: No… nean… neanche convivevamo.

P: Beh, non è indispensabile! Insomma, alla fine l’importante è rispettare l’altro ed essere onesto nei suoi confronti. Lei crede nella fedeltà, vero signor Allen?

A: Emh…

P: Ma come! È un valore importante!  Senza di esso la nostra società andrebbe a rotoli!

A: È solo una stupida convenzione! E le sue sono solo congetture, astrazioni! È un po’ come parlare di fenici, ippogrifi, politici onesti… di cose che non esistono, insomma! 

P: Se tutti la pensassero come lei il mondo sarebbe un enorme bordello…

A: Sì, e sarebbe anche più bello!

P: Lei non ha valori. Tutta la sua vita è nichilismo, cinismo, sarcasmo ed orgasmo.

A: Con uno slogan del genere la Francia vincerebbe sicuramente le elezioni.

P: Secondo me lei parla in questo modo per esorcizzare un desiderio represso,  che non ha mai avuto il coraggio di realizzare. Lei è un inetto. Non sarebbe mai capace di tradire la sua donna, di uscire dagli schemi. Lei non sa adattarsi alla società! È solo un povero monomaniaco, cervofobico per di più!

A: Ma cosa dice? Cos’ha capito, lei? Mia Farrow l’ho tradita eccome… E con sua figlia Soon-Yi  Previn per di più… Sa cosa le dico? Queste domande me le hanno già fatte tutte le donne che ho avuto… Gratis però…

 

E fu così che lo psicoanalista di Woody Allen, per disperazione, chiuse bottega ed aprì un negozio di coltellini svizzeri.

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